Si
può dire di lui che è uno scultore di superfici.
Il dentro delle cose non gli interessa: quello che gli
importa è lavorare su quel che si vede, piegarlo
in curve sinuose, metterlo in condizioni geologicamente
improbabili, ricche di informazione visiva. Le curve delle
sue opere sono, per dir così, delle mobilità
rese immobili, e riproposte come movimenti virtuali. Se
sono fatte ruotare su loro stesse, le curve moltiplicano
allinfinito lordito cinematico, creando un
vortice, una sorta di frattale volumetrico, in cui la
ripetizione sfora in una continua sfida allentropia.
Giorgio
Celli